RICHIESTA PROTEZIONE INTERNAZIONALE STRANIERO IN ITALIA

Se il richiedente protezione internazionale allega il timore di essere perseguitato oppure di temere di subire un trattamento inumano e/o degradante nel proprio paese d’origine, il giudice deve procedere ad una valutazione della situazione interna del paese in questione, individuando eventuali fenomeni di tensione a contenuto religioso.

E nulla rileva il fatto che il richiedente abbia o meno cercato tutela nelle autorità locali o statali del paese d’origine in quanto questa scelta può derivare proprio dal timore di essere oggetto dei trattamenti di cui sopra.

Questo è il principio enunciato recentemente dalla Sez.I Civile della Suprema Corte nella sentenza n.18972 dell’11/09/2020 che ha chiuso  una lite avverso provvedimento di diniego della protezione internazionale ricevuto da una cittadina straniera da parte della Commissione territoriale competente. In primo grado, il Tribunale osservò che non era necessario procedere a rinnovare il colloquio personale, essendo stati raccolti tutti gli elementi necessari ai fini della decisione; b) che la richiedente non aveva compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziare la propria domanda, rendendo dichiarazioni vaghe e generiche, anche con riguardo ai contenuti del credo religioso professato, nel quale sarebbe stata ammessa senza alcun riferimento ad un battesimo; c) che generico era stato anche il racconto relativo alle circostanze dell’espatrio; d) che non era dato intendere in qual modo la polizia avrebbe potuto riconoscere nella donna, mai fermata, schedata o arrestata, una membro di tale chiesa; e) che, peraltro, a fronte di tali timori, non era dato intendere per quale ragione avesse partecipato ad un incontro romani di presentazione di alcune religioni, correndo il rischio, poi attuatosi, di essere fotografata; f) che, in definitiva, non erano sussistenti i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria; g) che la ricorrente non aveva allegato, quanto alla protezione umanitaria, fatti ulteriori rispetto a quelli esaminati per le altre forme di protezione e, in particolare, nessuna circostanza idonea a rivelare un effettivo radicamento nel Paese ospitante.

La Suprema Corte ha invece osservato  che la domanda di protezione internazionale va esaminata anche in ragione di avvenimenti o attività successive alla partenza del richiedente, in particolare quando sia accertato che queste ultime costituiscano espressione e la continuazione di convinzioni o orientamenti già manifestati nel Paese di origine.

Inoltre, la Corte ha ribadito che, in tema di protezione umanitaria, l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato.

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Prof. avv. Catello Avenia