RESPONSABILITÀ PER NEGLIGENZA DELL’AVVOCATO

In tema di responsabilità del professionista avvocato, la Corte di Cassazione con una recente ordinanza (n. 30169/2018) ripercorre le linee guida dettate dall’ordinamento nell’enunciazione di profili di attribuzione di manchevoli obblighi informativi in favore del cliente e di censurabilità del comportamento dell’avvocato che si disinteressi alla causa “persa in partenza”.

La vicenda trae origine a seguito dell’esito infausto relativamente ad un’opposizione a decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, il cui risultato sfavorevole era ben chiaro sin dall’inizio della proposizione, del ché – lamenta il cliente – non era stato sufficientemente informato dall’avvocato che aveva accettato il mandato.

La questione si rendeva ancora più ostica per il citato professionista dal momento che lo stesso, non soltanto aveva commesso l’imperdonabile errore di depositare fuori termine l’atto di citazione in opposizione, conducendo la Corte di merito a non riconoscergli alcun diritto al compenso, ma si era altresì disinteressato alla vicenda processuale proprio in considerazione dell’esito negativo scontato.

Il punto principale della questione posta all’attenzione della Suprema Corte attiene ai giusti profili di convergenza tra l’attività posta in essere dal professionista e gli obblighi – e limiti – imposti allo stesso dalle norme deontologiche di categoria le quali ultime, in base al richiamo operato circa il precedente di legittimità delle Sezioni Unite (sent. n. 26810 del 20/12/2007), «costituiscono fonti normative integrative del precetto legislativo che attribuisce al Consiglio Nazionale Forense il potere disciplinare, con funzione di giurisdizione speciale appartenente all’ordinamento generale dello Stato, e come tali sono interpretabili direttamente dalla Corte di legittimità».

In virtù delle dette norme “secondarie” allora vigenti, ovvero il codice deontologico degli avvocati Europei e il codice deontologico del Consiglio Nazionale Forense vigente al 2007 (applicabile ratione temporis), che costituiscono un parametro per valutare il grado di diligenza cui è tenuto il professionista allorché riceve il mandato alle liti, la Corte dichiara che non sussiste «un generale obbligo di preventiva informativa sul possibile esito della lite, bensì una informativa sulle caratteristiche e sulla importanza della lite per cui accetta il mandato, nonché sulle possibili soluzioni della medesima e, se richiesto, sulle previsioni di massima inerenti alla durata e ai costi presumibili del processo».

Difatti, ricorda il Collegio che un più stringente obbligo di informativa da parte dell’avvocato nei confronti del cliente attiene al caso in cui questi accetti l’incarico di svolgere un’attività stragiudiziale consistente esattamente nella formulazione di un parere in ordine all’utile esperibilità di un’azione giudiziale, in quanto in tal caso la prestazione oggetto del contratto non costituisce più un’obbligazione di mezzi, poiché egli si obbliga ad offrire tutti gli elementi di valutazione necessari ed i suggerimenti opportuni allo scopo di permettere al cliente di adottare una consapevole decisione, a seguito di un ponderato apprezzamento dei rischi e dei vantaggi insiti nella proposizione dell’azione.

Di conseguenza, «in applicazione del parametro della diligenza professionale (all’art. 1176, comma 2, c.c.), sussiste la responsabilità dell’avvocato che, nell’adempiere siffatta obbligazione, abbia omesso di prospettare al cliente tutte le questioni di diritto e di fatto atte ad impedire l’utile esperimento dell’azione, rinvenendo fondamento detta responsabilità anche nella colpa lieve, qualora la mancata prospettazione di tali questioni sia stata frutto dell’ignoranza di istituti giuridici elementari e fondamentali, ovvero di incuria ed imperizia insuscettibili di giustificazione».

Sicché, in assenza di incarico stragiudiziale di esprimere un parere legale riguardo a una questione posta dal cliente, in riferimento al tema della strategia processuale scelta dal difensore, l’obbligazione dell’avvocato riacquista il normale carattere di obbligazione di mezzi, ove il comportamento diligente si misura in relazione alle caratteristiche della lite e all’interesse del cliente a coltivarla, e non solo in base al prevedibile esito della lite.

Quindi, in generale è stabilito che il difensore può non accettare una causa per la quale prevede già dall’inizio la soccombenza del suo assistito, ma ove l’accetti, non può, poi, disinteressarsene del tutto, con il pretesto che si tratta di una “causa persa”, senza nemmeno attivarsi per trovare una soluzione transattiva, essendo tale comportamento comunque doveroso ove si accetti di difendere una causa rischiosa per il proprio cliente[1]. Viene, in tali casi, conseguentemente a configurarsi una responsabilità professionale dell’avvocato per violazione degli obblighi inerenti al mandato alla lite in caso di assoluta inerzia del difensore, a prescindere dal pronostico sull’esito della lite, per avere comunque esposto il cliente all’incremento del pregiudizio iniziale, se non altro a causa delle spese processuali cui lo stesso va incontro per la propria difesa e per quella della parte avversa.

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Avv. Maria Carmela Amoriello Lamberti